L’ESAME AVVOCATO IN UN MONDO CHE CAMBIA

Negli ultimi anni, ho avuto l’onore e l’onere di seguire molto da vicino le sessioni d’Esame di Abilitazione alla Professione Forense, prima da Commissario, due volte, poi da Presidente di SottoCommissione e, da ultimo, sempre per il Distretto di Bologna, da Presidente coordinatore per l’Emilia-Romagna, con lavori appena conclusi.

Questa ricca esperienza mi ha suggerito tante riflessioni, oltre che regalato, professionalmente e umanamente, persone e storie che certo mi porterò dentro. In questo, mi sento di suggerire a tutti i Colleghi di mettere a disposizione il proprio tempo per cercare di riporre al meglio il proprio mattoncino, in questa costruzione sempre più sgangherata che è la nostra Giustizia.

Nessun uomo è un’isola, si sa: siamo tutti imprescindibili parti di un mondo che si rinnova ogni giorno, e le squadre di Colleghi, Magistrati e Docenti con cui ho collaborato me lo hanno confermato ogni giorno, in questi quattro anni di impegno serrato e indimenticabile.

Una prima esperienza con gli scritti tradizionali e poi, con l’avvento del Covid (calamità che hanno indubitabilmente pagato anche i praticanti), le nuove forme emergenziali tutte da inventare, con ben pochi indirizzi operativi e tutto da costruire e perfezionare, anno dopo anno.

E poi? Poi si ricomincia tutto daccapo, ogni volta, magari con forme diverse, nuove facce, nuove persone, nuove esperienze, nulla di stabile e strutturato, perché così è scritto.

Ma di che cosa ci lamentiamo, esattamente, quando imprechiamo contro il decadimento della classe forense, in un mercato sempre più selvaggio, magari quando leggiamo atti carenti nell’ortografia o stigmatizziamo comportamenti deontologicamente discutibili?

Non è forse nostro compito capire, andare in profondità, cercare di fare qualcosa per migliorare? 

Insomma, scendere dal piedistallo e cominciare a lavorare “dal basso”.

Ci insegna Calamandrei che molte professioni possono farsi col cervello e non col cuore.

Ma l’avvocato no. L’avvocato non può essere un puro logico, né un ironico scettico, l’avvocato deve essere prima di tutto un cuore.

Già, un cuore. Un cuore che pulsa. Ma poi, nel concreto, nell’agone di tutti i giorni?

Nei numeri non ci sono le storie, è vero, ma qualcosa fanno capire. 

Dai circa 26 mila candidati iscritti all’Esame di abilitazione alla professione forense del 2020, sessione poi di fatto iniziata nella primavera del 2021, si è passati ai poco più di 10.000 della sessione che prenderà il via, in forme rinnovate, il prossimo 12 dicembre. 

Dai circa 26 mila candidati iscritti all’Esame di abilitazione alla professione forense del 2020, sessione poi di fatto iniziata nella primavera del 2021, si è passati ai poco più di 10.000 della sessione che prenderà il via, in forme rinnovate, il prossimo 12 dicembre. Le cause di questo trend sono inevitabilmente più di una, a ben guardare. 

Di certo, un minor appeal della professione, una professione sempre più complessa e con sempre meno certezze economiche. Ma anche lo sblocco recente dei tanti concorsi pubblici, che ha indotto i giovani laureati a preferire la solidità del posto fisso. A ciò si aggiunga che le forme emergenziali delle ultime tre sessioni d’esame, con l’eliminazione delle classiche prove scritte e l’introduzione di un doppio orale rafforzato, ha indotto tanti candidati, spesso non più giovanissimi, a tentare la sorte in forme ritenute più abbordabili.

Io credo, se questo è il quadro, che sia arrivato il momento che l’Avvocatura tutta si faccia una domanda e, marzullianamente parlando, si dia anche una risposta, se può.

Perché non vi è dubbio che le ragioni di questo declino siano in parte storiche e congiunturali, ma è altrettanto vero che troppo spesso non si è inciso come si sarebbe dovuto, non si è, legittimamente, pretesa la giusta attenzione, per un ruolo, il nostro, assolutamente centrale negli equilibri sociali e costituzionali.

Affrontare il problema con ritocchi qua e là di singole norme, con la modifica delle forme d’esame (ora con uno scritto, il quesito e l’orale), significa perdere di vista il quadro, non avere chiaro da dove si arriva e, soprattutto, dove si vuole arrivare, da grandi.

Una riforma vera e propria non potrà che partire dall’Università, laddove, per via del fatto che abbiamo un basso numero di laureati rispetto agli altri paese europei, si tende a facilitare il cammino degli studenti con metodi discutibilissimi: “spezzare” l’esame in più parti, così che il diritto di famiglia e le successioni diventano, per il diritto privato, materie complementari varie ed eventuali; riporre i manuali di migliaia di pagine e preferire le dispense, le fotocopie, i compendi; accontentarsi, insomma, di una preparazione mediocre, terreno fertile per quel che verrà, che non potrà che ricalcare, salve le dovute eccezioni, il livello dato.

E poi la pratica forense, spesso svolta solo nella forma, senza sostanza, senza la frequenza abituale degli uffici giudiziari, senza un contatto vero con il dominus, lo Studio, i clienti.


L’Esame è solo la punta dell’iceberg e finché ci si concentrerà soltanto su quello, con ritocchi estemporanei, non si centrerà mai il punto, un po’ come voler curare una pianta gravemente malata alla radice tagliando qualche foglia sulla cima. 

Guardare in faccia la realtà, cioè un mondo che non è più quello di 20 o anche solo 5 anni fa, è il primo passo verso il cambiamento che siamo chiamati, tutti, a compiere. 

Eppure c’è così tanta forza, tanta energia, in questi giovani. Non sono tra quelli che hanno perduto le speranze, che credono che siano tutti “sonnambuli”: io ai giovani ci credo ancora, ma devono prendersi ciò che è loro, non aspettare che siano gli altri a muoversi per loro. 

Quando li guardo negli occhi, vedo ancora una scintilla pronta a risplendere.

Un po’ come diceva Kobe Bryant: se non credi in te stesso, nessuno lo farà per te

Da Calamandrei a Kobe Bryant, si sa, il passo è breve.

(pubblicato su Altalex il 02/12/2023)

yanogiovannini